Non passa settimana senza che ci sia un forum tecnologico o economico riguardante la trasformazione digitale, che sta iniziando ad essere considerata un’espressione dalla connotazione quasi screditante, come affermano molti esperti. Secondo loro infatti, il termine si sta contaminando con slogan commerciali e messaggi di marketing che lo banalizzano, semplificandolo, quando si tratta invece di un aspetto fondamentale per le imprese appartenenti alla nostra epoca. Di fatto, le indagini rivelano che è un aspetto che preoccupa molto la maggior parte dei CIO.

Più del 90% dei grandi manager europei infatti, afferma che la trasformazione digitale rappresenti una delle priorità per le loro strategie d’affari. Certo, la prospettiva dei dirigenti risulta essere molto lontana dal vaporware tecnologico, incentrandosi invece sulle opportunità offerte a livello di business, e persino nei rischi che non abbracciarla comporterebbe per il futuro delle aziende.

Si tratta di un’impostazione molto più pratica che teorica, e, certamente più pragmatica rispetto ai piani e progetti della trasformazione digitale. Ciò che desta realmente preoccupazione è l’impatto economico che questa quarta rivoluzione industriale sta comportando nel nostro modo di vivere. Proprio per questo motivo stanno iniziando a proliferare progetti concreti che trasformano questo concetto, collegandolo a scenari reali della vita quotidiana. Il loro obiettivo risulta essere molto più ambizioso e cerca di reinventare completamente il modello di business e la relazione tra persone e procedimenti, per fare ingresso in questo nuovo ecosistema economico.

Gli esperti del settore osservano infatti una forte correlazione tra il diventare un’organizzazione digitale e aumentare tanto il reddito quanto la redditività, lasciando ai ritardatari gli ultimi posti a sedere, nel vagone destinato a retrocedere economicamente, fino a scomparire del tutto.

Specialisti, come la società di consulenza IDC, stabiliscono il 2029 come l’anno in cui le imprese avranno completato la digitalizzazione di tutti i loro processi. Per essere più precisi, credono che il 75% delle compagnie si sarà già “trasformato” completamente per quella data.

In Italia

Il mercato digitale in Italia vale il 3,7% del PIL, come dichiara la Federazione del Digitale, organismo voluto da Netcomm e IAB Italia per promuovere e sviluppare l’evoluzione digitale nel nostro Paese, generando una crescita etica e sostenibile a favore dei cittadini e delle imprese e presentata durante la Milano Digital Week 2019, una delle più importanti manifestazioni italiane dedicata alla cultura e all’innovazione del settore.

Secondo una recente ricerca congiunta IAB Italia e EY, in Italia il valore del digitale, considerando solo gli investimenti in attività del tutto digitali, ammonta a 65 miliardi di euro, in aumento dell’11,6% rispetto al 2017 e del 22% rispetto al 2016.

Secondo la ricerca, e-commerce e online advertising sono i due comparti che contribuiscono maggiormente alla crescita, che genera un incremento anche nell’occupazione: il numero di lavoratori del settore è passato dai 253.000 del 2017 ai 285.000 del 2018 (+12,7% anno su anno).

Nonostante questi dati mostrino un’Italia in crescita a livello tecnologico, la Commissione Europea, nell’ultimo report relativo all’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI – Digital Economy and Society Index), posiziona il nostro Bel Paese al 25° posto nella classifica dei 28 Stati membri dell’Unione Europea, quart’ultima insieme a Romania, Grecia e Bulgaria. Questo anche a causa del fatto che, nonostante la quasi totalità delle aziende (94%) sia d’accordo nell’utilizzare un modello di Business Digital, solo per il 62% dei rispondenti il digitale incide in maniera pervasiva all’interno della realtà impresariale.

Un Paese come l’Italia non può permettersi di rimanere indietro e perdere le grandi occasioni che la digitalizzazione può offrire. Per colmare il gap di competitività accumulato in questi decenni, l’Agenda Digitale Italiana (ADI), documento strategico realizzato in seguito alla sottoscrizione dell’Agenda Digitale Europea, è entrata in azione definendo linee guida, modalità e priorità di intervento per permettere alle PMI di avviare un processo di digitalizzazione e informatizzazione.

Le aziende della maggior parte degli stati europei viaggiano a un livello superiore rispetto alle nostre imprese, ma l’Italia sta cercando di tenere il passo con l’attivazione di una serie di strategie come il Piano Impresa 4.0, il cui fattore di leva più importante è la digitalizzazione della PA, che può assicurare piattaforme e infrastrutture di servizio più semplici ed efficaci, nonché fondi per incrementare le competenze digitali della popolazione. Una volta che tutti gli elementi del Piano Impresa 4.0 saranno finalmente operativi si prevede un’accelerazione del processo di digitalizzazione delle PMI.

In merito a questo argomento si è svolto nel maggio scorso a Roma il FORUM PA 2019, in cui è intervenuta anche la sindaca di Roma Virginia Raggi, affermando che “Dobbiamo recuperare il gap enorme tra i cambiamenti della società e la pubblica amministrazione. E dobbiamo ricucire le distanze tra un modello passato di amministrazione passiva e un modello attivo che guarda allo sviluppo della comunità attraverso un rapporto di interscambio e un focus sulla trasformazione digitale.”

Secondo l’opinione maggioritaria, per arrivare a questa conclusione, la trasformazione digitale deve portare a termine tre conseguenze chiave; eccellenza nel servizio clienti, efficienza operativa e produttività dei dipendenti. Gli specialisti chiariscono inoltre che, sebbene esista una correlazione tra maturità digitale e crescita, il reinventare l’intero modello di business non avviene dall’oggi al domani.

La trasformazione digitale è uno sforzo pluriennale e il suo ROI e non è sempre verificabile a breve termine. Abbiamo bisogno di un ROI che non si riferisca più tanto al ritorno sugli investimenti, il cui significato venga esteso in modo che questi stessi acronimi assumano una nuova accezione e vengano tradotti come Ritorno dell’innovazione.