La digitalizzazione della pubblica amministrazione e la centralizzazione delle informazioni sui cittadini porta indubbi vantaggi, ma lo stato deve offrire garanzie tecniche ed etiche sull’uso dei dati

Tutti vogliamo una pubblica amministrazione più efficiente, in cui la burocrazia sia snella, veloce e facile da capire. Come con accade con i servizi digitali moderni, ci aspettiamo siti e app che funzionino senza dover comunicare ogni volta informazioni e documenti. Del resto, la pubblica amministrazione dovrebbe sapere già tutto di noi, giusto?

Negli ultimi anni, l’Italia ha fatto indubbi passi avanti in questo senso: dall’autenticazione unica SpID fino alla dichiarazione dei redditi precompilata, in cui vengono già raccolte le spese mediche da detrarre. La strada porta verso un portale unico di accesso del cittadino a tutte le comunicazioni, i documenti e i servizi che lo riguardano, che va sotto ilnome di io.italia.it.

Un problema si intravede all’orizzonte: malgrado il Codice dell’Amministrazione Digitale imponga la creazione di un “punto di accesso telematico attraverso cui tutti i soggetti pubblici devono rendere disponibili i propri servizi”, la frammentazione delle informazioni gestite da migliaia di enti differenti sul nostro sparpagliato territorio potrebbe complicare un po’ le cose. Questa frammentazione ha motivi storici (l’anagrafe è sempre stata competenza degli 8.000 Comuni italiani, per esempio), ma anche più recenti (l’autonomia locale introdotta dalla riforma Costituzionale del 2001).

L’Estonia, una repubblica digitale

Chi è arrivato solo di recente alla digitalizzazione della pubblica amministrazione e della popolazione sembra quindi essere in una posizione più avanzata, perché ha potuto iniziare un progetto senza tener conto dei retaggi del passato. È il caso per esempio dell’Estonia, definita dal Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk “leader della rivoluzione digitale a livello globale”.

La Carta d’identità elettronica estone vale anche come patente di guida, carta di debito, tessera sanitaria, abbonamento ferroviario e molte altre funzioni tutte collegate a una base dati comune che copre ogni ambito del rapporto tra cittadino e istituzione. I cittadini estoni devono presentarsi di persona solo per compiere tre atti: sposarsi, divorziare e acquistare una casa. Il modello funziona così bene che l’Estonia propone questo servizio ad aziende internazionali che vogliono stabilire la loro sede amministrativa nel paese (e-Residency), per trarre vantaggio da un’amministrazione snella ed efficiente.

I rischi di un e-Government tiranno, o anche solo maldestro

Accentrare tutte le informazioni dei cittadini su un unico canale digitale richiede però una forte dose di fiducia nello stato, su due livelli: fiducia nelle intenzioni (che i dati non saranno usati dallo stato per controllare o danneggiare i cittadini), e fiducia nelle capacità tecniche (lo stato sarà in grado di custodire le informazioni in modo sicuro, evitando che terzi ne vengano a conoscenza).

Ci sono diversi casi, recenti e del passato, su cui riflettere. Ecco tre esempi.

Nel 2008, eseguendo un provvedimento del ministro delle finanze Visco, l’Agenzia delle Entrate pubblicava sul proprio sito web i redditi di tutti i cittadini italiani, facilmente ricercabili e scaricabili. Poche ore dopo il Garante per la Privacy intimava la rimozione di quelle informazioni, ma il vaso di Pandora era stato scoperchiato e quei dati circolano ancora oggi nei bassifondi della rete.

La Cina ha annunciato l’istituzione di un sistema che valuta la reputazione dei cittadini analizzandone sia le azioni concrete (reati, multe, sanzioni…), sia il comportamento tenuto sui profili social. Il sistema, su base volontaria, potrà offrire vantaggi ai cittadini meritevoli e punire quelli con una scarsa reputazione, per esempio impedendo di acquistare biglietti per treni o aerei. Una situazione che somiglia in modo preoccupante alla puntata Caduta libera della serie tv distopica Black Mirror.

A inizio febbraio, è stato reso noto che un’azienda cinese che opera nel campo della sorveglianza con riconoscimento facciale ha lasciato esposti i dati personali di 2,5 milioni di cittadini, compresi numero di documento, indirizzo, fotografie e posizione geografica nelle 24 ore precedenti. Il tutto per aver dimenticato di proteggere un database lasciato per mesi pubblicamente accessibile.

Tra Big Data Analytics e Intelligenza Artificiale, il digitale è diventato ormai uno strumento così efficace da mettere nelle mani di chi lo controlla un enorme potere. Se questo soggetto è lo Stato, sarà necessario predisporre norme e controlli che – come nel caso dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario – ne garantiscano un funzionamento sicuro ed efficiente a vantaggio del cittadino, evitando però i rischi di abuso.