Il mondo sta cambiando sempre più velocemente, e non solo per quel che riguarda la tecnologia: le aziende devono fare i conti con deglobalizzazione, privacy, etica e, in primis, il nuovo cliente

Le sfide che le aziende si troveranno ad affrontare nel 2019 sono, inevitabilmente, figlie dei fatti del 2018. L’anno che si è appena concluso ha provocato qualche mal di testa: il GDPR e lo scandalo Cambridge Analytica, la Brexit e i dazi doganali, l’Industry 4.0 e le conseguenze della robotica, per esempio.

In tutti gli spunti che svilupperemo in seguito, la tecnologia ha sempre il ruolo fondamentale di enabler, di mezzo finalizzato al business e non a sé stesso. La opportuna ricerca di soluzioni di automazione e di intelligenza artificiale, infatti, non deve mai prevedere un declassamento del ruolo della risorsa umana. Che sia tratti di un consumatore, un dipendente, un manager o un fornitore, la vera scommessa del 2019 è di costruire uno sviluppo dell’azienda (etico, innovativo e coerente) intorno al primo enabler del business, l’uomo.

Andiamo in profondità, allora, e vediamo quali sono le sfide per le aziende nel 2019. Ciò di cui si dovrà tenere conto per rimanere al passo della concorrenza sfruttando al meglio le opportunità e vigilando sui rischi.

1. Sai che c’è? È arrivata la deglobalizzazione

Una delle keywords più calde di Google nel 2018 è stata certamente “Brexit”, che se l’è giocata con “dazi”. Non possiamo affermare che la deglobalizzazione dipenda esclusivamente da questi due eventi, ma possiamo azzardare che siano responsabili di un’ulteriore accelerazione del trend. Facile comprendere cosa si intenda per deglobalizzazione : Brexit e nuovi dazi doganali sono l’espressione più evidente del rallentamento dell’utopia del mercato globale.

Recentemente ho intervistato il Ceo di un’azienda italiana leader nel proprio mercato con centri di produzione in tutto il mondo. Ebbene, hanno deciso di chiudere la fabbrica in Cina per ampliare e rinnovare quella in Italia. Esternalizzare, lo si è capito da un po’, potrebbe non convenire più, e anche investire sui mercati esteri rischia di portare più problemi che benefici.

Cosa fare, dunque? Gli ambiti da analizzare sono essenzialmente due: la compliance e la logistica. E, in entrambi i casi la tecnologia può essere d’aiuto. Fondamentale un’analisi preliminare con l’ausilio dei Big Data e supporto legale per pianificare correttamente l’ingresso in un nuovo Paese su vincoli e barriere. Altrettanto fondamentale una maggiore attenzione sui costi di produzione esteri e sulla veicolazione di merci e componenti. Per questo, algoritmi di machine learning e tecnologie emergenti come la blockchain devono essere presi in considerazione.

2. Benedetto sia il GDPR

L’abbiamo odiato tutti. E, probabilmente, non ci basterà il 2019 per assimilarlo. Il General Data Protection Regulation entrato in vigore nel 2018 in Europa ha lo scopo di proteggere la privacy degli utenti dagli utilizzi impropri dei dati sensibili e personali, e questa è una buona notizia per tutti noi. Lo è anche per le aziende perché, nel costringerle a riconsiderare il consumatore o la risorsa aziendale, hanno l’opportunità di comprenderli meglio.

Da una parte, dunque, una maggiore etica del dato raccolto che i più furbi hanno già trasformato in opportunità di comunicazione, dall’altra la consapevolezza che i dati che servono per far crescere il business – o per personalizzare prodotti e servizi – non sono necessariamente quelli sensibili. Largo, dunque, al ritorno della centralità del consumatore, e largo a strumenti di analisi dei dati etici che permettano di studiarlo e anticiparlo, senza violarne la privacy.

3. Bot ma non troppo

Ne abbiamo già parlato in precedenza: l’entusiasmo verso l’adozione dei bot si sta ridimensionando. Se da un lato un interlocutore artificiale può essere più conveniente, più preciso e più produttivo di un essere umano, gli analisti segnalano che la differenza è (ancora) troppo evidente. Così, va bene il bot, ma con giudizio.

Se si è deciso di affidare a un servizio di chatbot il rapporto con la clientela, fondamentale averne il pieno controllo, anche in tempo reale. Altrettanto fondamentale aggiornare le proprie interfacce alle ultime tecnologie (per esempio gli assistenti vocali) ma sempre con il paracadute. In un ambiente di produzione, per esempio, è certamente un bene che il dialogo con la macchina sia cambiato. Ok fornire comandi vocali, ok usare dispositivi wearable con sensoristica al posto di tablet, smartphone, lettori di codici a barre e schermi virtuali ma attenzione a monitorarne costantemente il funzionamento con i software giusti.

4. Non venderai più niente, casomai affitterai

Magari non dovremmo essere così categorici ma, forse, un titolo così può far suonare il campanello d’allarme. Qualche fonte autorevole tuona “la tecnologia ha ucciso la proprietà”, forse, ma non ci sentiamo di darle tutte le colpe. Se i millennials preferiscono abbonarsi a un servizio di car sharing piuttosto che comprare un’auto nuova, se preferiscono abbonarsi a un servizio piuttosto che impegnarsi in un acquisto, sarà il caso di fermarsi a ragionare. E chiedersi se una cultura di produzione del prodotto finalizzato al possesso abbia ancora un senso, o sia meglio ipotizzare un approccio al servizio, considerando il prodotto niente più che un mezzo, e non più il fine del business. Certamente è presto per pensarci, ma si sappia che andiamo verso un prodotto sempre più “liquido”, personalizzabile, pronto in poco tempo, mutevole in corso d’opera e anche in corso d’uso, è l’ultima frontiera dell’IoT in produzione.

5. Sai cos’è l’ESG?

Dovresti. I criteri di Environmental, Social and Governance definiscono un approccio sostenibile al business. E dovresti considerarli, perché oggi sono a tutti gli effetti dei parametri che incidono sulla valutazione della tua azienda, al punto che in questo momento i fondi azionari ESG sono tra i più richiesti. Se poi ti chiedi perché fuori dalla porta hai la fila di aziende di consulenza specializzate in queste metriche di valutazione che non vedono l’ora di realizzare il tuo prossimo report sulla Corporate Social Responsibility o di misurare la tua sostenibilità, beh se te lo chiedi dovresti aggiornarti.

Vuoi cacciarli via? Aspetta un attimo, perché il tuo prossimo investitore potrebbe chiedertene conto. Ci sono molti modi di dimostrare l’eticità della propria azienda e dei propri manager. Si può fare del marketing, si può abbracciare questa o quella causa, si può rendere più amichevole il proprio posto di lavoro. Ma non basta. All’interno dei tre capisaldi dell’ESG c’è da considerare anche la responsabilità sociale dei singoli manager: cosa scrivono sui social network? E non pensate che si possa sfuggire a queste reti, i tool di analisi degli Alternative Data recuperano anche quel commento su un certo investitore che avevi fatto su Facebook cinque anni fa…