Le aziende faticano a trovare chi sappia raccogliere e organizzare i dati per produrre informazioni utili per il business. Forse anche perché non sanno bene cosa devono cercare e come valutarne la competenza.

Due giorni fa si è rotto lo schermo del mio smartphone e il telefono  nuovo mi sarà consegnato solo domani. L’improvvisa, asfissiante assenza mi hanno portato a riflettere su alcuni cambiamenti che la tecnologia sta apportando alle nostre vite e alla società. Avendo anche guadagnato parecchio tempo libero, ve le sottopongo.

Qualche dato che ho raccolto indica che non sono solo aneddoti e impressioni personali, ma tendenze che stanno plasmando la società e su cui aziende, organizzazioni e cittadini attivi nel digitale dovrebbero riflettere. Eccole.

Il computer distribuito

Smartphone, smartwatch, smart tv, smart car… Le funzionalità del computer sono uscite dal PC per invadere tutti gli oggetti della vita quotidiana. La tendenza è in atto ormai da una quindicina d’anni, ma è molto più percepibile negli ultimi mesi, soprattutto grazie agli assistenti virtuali che a loro volta sono usciti dagli smartphone per diventare oggetti di casa.

Siri è stata negli ultimi giorni l’unico modo per fare chiamate o mandare sms, lanciare app e fare ricerche su internet. Alexa mi ha permesso di ascoltare musica e guardare una serie su Netflix quando, come spesso accade, il telecomando è sparito tra i cuscini del divano o nella cuccia del gatto.

Il controllo vocale non è ancora perfetto, ma comincia a essere utile e in futuro potrei fare un’abitudine di qualcuno degli espedienti usati in questi giorni. A ogni modo, sono abituato a pensare che – ovunque io sia – ho a disposizione internet e le sue risorse: applicazioni, dati, infinite possibilità di comunicazione. In qualsiasi modo mi raggiugano.

Numeri per riflettere: si ritiene che il numero di dispositivi connessi a Internet abbia superato quello degli esseri umani sulla terra attorno al 2012. IHS stima che dispositivi e oggetti IoT siano oggi circa 26 miliardi, e prevede che triplicheranno nel 2025.

Social? Smetto quando voglio

Non sorprenderò nessuno se dico che più volte al giorno (anzi, più volte ogni ora), mi sono ritrovato a estrarre il mio inutilizzabile telefono dalla tasca, sbloccarlo e cercare di visualizzare il contenuto delle notifiche ruotandolo continuamente per riuscire a sfruttare i pochi centimetri quadrati di schermo ancora funzionanti per visualizzare i testi.

Intendiamoci: non intendo stigmatizzare i social in quanto tali. Ritengo che mi permettano di avere più interazioni con amici e parenti di quante ne avrei senza, e negli anni mi hanno permesso di stringere amicizie vere e sincere con persone che magari non ho mai incontrato. Mi permettono anche di scoprire articoli interessanti e partecipare a interessanti conversazioni condivise dai miei contatti.

Probabilmente però sono esposto più di quanto vorrei a foto di gattini (sono mai abbastanza?), stupidi quiz e contenuti futili, quando non del tutto falsi. Il cosiddetto “digital detox” radicale, che prevede la chiusura dei profili social e la cancellazione delle app (quando non l’abbandono dello smartphone tout-court), è anacronistico e controproducente. Ma è condivisa da molti la necessità di dedicare a queste attività il giusto tempo.

Numeri per riflettere: Nel 2017, gli utenti internet hanno passato in media 135 minuti al giorno sui social media. I bamnini in Gran Bretagna passano circa 6 ore al giorno davanti a uno schermo.

Il digitale come requisito per la cittadinanza

In quei giorni ho ricevuto dal mio Comune un’email che mi avvisava che la carta di Identità di mio figlio sta per scadere, con le informazioni per prenotare il rinnovo. Clicco per accedere, ma mi tocca rimandare la pratica. Per l’accesso al portale del Comune devo usare l’app per SpID, il servizio di autenticazione unico della PA, che è ovviamente sull’inutile smartphone.

Come l’alfabetizzazione cinquant’anni fa, il digitale sta diventando un requisito per la partecipazione sociale e l’accesso alla pubblica amministrazione. Dall’iscrizione a scuola alla dichiarazione dei redditi, alla fatturazione elettronica, molte pratiche si possono fare solo con canali digitali. La partecipazione al partito di governo Movimento 5 Stelle prevede l’uso della piattaforma software online Rousseau. La digitalizzazione è un bene sacrosanto, ma non bisogna dimenticare chi – per reddito o competenze – è tagliato fuori da questi canali.

Numeri per riflettere: gli italiani sopra i 65 anni sono più di quelli sotto i 30.

La privacy e il patto col Demonio

Arrivato il nuovo telefono, ho dovuto scaricare una ventina di app e accettare le relative condizioni d’uso e informative sulla privacy e concedere le autorizzazioni alla raccolta di dati. Mi è apparso evidente che un paio di principi del GDPR – la nuova normativa europa sulla privacy – vengono disattesi “by design”, come usa dire.

Uno è quello della chiarezza delle informative, che dovrebbero indicare in modo semplice e accessibile – anche graficamente con icone volendo – quali siano i dati raccolti e le finalità dei trattamenti. Ebbene, ci ritroviamo ancora con informative e condizioni d’uso lunghissime e scritte in legalese stretto. Ovviamente, facciamo scorrere le pagine velocemente e facciamo clic su “Accetto” consapevoli che, come Faust, stiamo sottoscrivendo un contratto di cui un giorno ci verrà chiesto conto.

L’altro requisito spesso disatteso è quello della congruità dei dati raccolti con la finalità del trattamento. Perché ancora app passatempo e giochini richiedono la nostra posizione geografica, l’elenco dei contatti,  delle chiamate effettuate e l’accesso a fotocamera e microfono?

Sappiamo tutti che quei dati saranno scambiati con decine di altri soggetti, così come sappiamo che alcuni di essi saranno negligenti nel custodirli come si deve. Mentre scrivo, su Internet sta circolando la più grande raccolta di email, password e altri dati rubati mai diffusa in pubblico: 773 milioni di email. Tra cui la mia.

Io concedo volentieri l’uso dei miei dati per offrirmi servizi che mi siano utili, tollerando in una certa misura il loro uso a fini di marketing. Chiedo però di poter decidere liberamente quali dati rivelare, e a chi. Ed esigo siano trattati con cura.

Numeri per riflettere: contratto, condizioni d’uso e informativa privacy di un operatore telefonico superano i 400.000 caratteri: un libro di 250 pagine circa.