Anarchia, dittatura, comunità, strumenti digitali efficaci: con le ricette dell’open source si possono realizzare progetti come Open Hospital, che apportano cambiamenti concreti alla vita di milioni di persone, senza che i collaboratori si vedano mai.

Il software open source, letteralmente, tiene in piedi Internet e si trova dappertutto, anche a nostra insaputa. I server e il cloud sono direzioni ovvie, ma basta poco per arrivare a elettrodomestici, impiantistica industriale, Internet delle cose, iniziative no profit e molto altro.

Un esempio eccellente, per qualità e portata, di open source no profit è Open Hospital, sistema di gestione ospedaliera messo a punto dalla Onlus italiana Informatici senza frontiere e ampiamente utilizzato nei Paesi in via di sviluppo.

Open Hospital parla sette lingue e funziona quotidianamente in 23 strutture ospedaliere di 13 nazioni diverse, con altri 36 contatti da altre 20 nazioni che preludono a installazioni nel prossimo futuro, per un bacino di utenza potenziale di due milioni di persone. Il software registra i pazienti, gestisce magazzini e farmaci, organizza le visite, tiene conto dei percorsi vaccinali e delle nascite, amministra le visite e le relative documentazioni digitali eccetera. Opera in un comparto critico e in situazioni di scarsità di risorse, per fornire un servizio adeguato e professionale.

Anarchia collaborativa

Informatici senza frontiere si basa sul volontariato, con collaboratori che contribuiscono al progetto da ogni parte del mondo (tra essi, quelli che prestano assistenza sul campo in particolare durante l’installazione e la messa in produzione del software) e in ogni momento. Come può arrivare a creare una piattaforma di gestione ospedaliera di qualità? È proprio qui che si innestano le forze positive messe in moto attraverso un progetto open source e si possono vedere lavorare i meccanismi che determinano il successo di questo e infiniti altri progetti; le applicazioni software open infatti, da Linux a Libreoffice, sono solo l’inizio.

Il primo segreto è strutturale e riguarda l’organizzazione del lavoro, che può essere liquida, frammentaria, slegata da persone specifiche. Un programmatore, creativo, traduttore, consulente, perito può prestare servizio in un progetto open source e farlo per anni oppure per un giorno solo, aggiungendo il proprio lavoro a quello di perfetti sconosciuti che possono trovarsi in ogni parte del mondo.

Questo è possibile grazie ovviamente a Internet e poi a sistemi di controllo di versione come git, realizzato proprio da Linus Torvalds, il creatore di Linux. I sistemi di controllo di versione tengono nota dei cambiamenti apportati nel tempo a un file e provvedono ad armonizzare le modifiche effettuate da utenti diversi, anche contemporaneamente. Due obiettivi diventano così possibili: recuperare file in qualsiasi stadio della loro evoluzione e consentire la collaborazione, anche scoordinata, tra utenti. Sembra anarchia – ognuno lavora senza curarsi di che cosa fanno gli altri – ma, grazie ai sistemi di controllo di versione, funziona.

Viva la dittatura

Chi decide, tuttavia, da che parte andare quando due modifiche a un progetto sono incompatibili e c’è posto per una sola? Tutti i progetti open source dispongono di una sorta di comitato direttivo composto dagli sviluppatori più attivi e autorevoli. E spesso prevedono la figura del benevolent dictator, dittatore benevolo: una figura che entra in azione solo nel caso di divergenze insanabili e, dotato di una autorità superiore, decide per tutti ed evita quindi stalli improduttivi.

È successo che siano stati nominati anche benevolent dictator for life, dittatori a vita; spesso si tratta dei fondatori di un progetto o persone di estrema autorevolezza, come il già citato Linus Torvalds nel caso di Linux o Guido van Rossum, creatore del linguaggio Python. Wikipedia riporta al momento 34 di queste figure, impegnate su 33 progetti (l’architettura di programmazione Django prevede due dittatori a vita, Adrian Holovaty e Jacob Kaplan-Moss).

Il potere autorevole quasi assoluto della carica dittatoriale è controbilanciato in modo tale che, se il dittatore scontenta la maggioranza dei partecipanti al progetto, questa può avviare un fork, ossia una copia del progetto stesso che da quel momento prende una direzione diversa e autonoma e magari finisce per mettere in ombra l’originale (è successo con Libreoffice). Può accadere questo ma anche che il dittatore si metta volontariamente da parte, magari temporaneamente a seguito di situazioni particolari, oppure quando ha completato la propria missione. È accaduto in queste settimane a Torvalds (primo caso) e a van Rossum (secondo caso, dopo trent’anni di impegno).

Prima la comunità

Tecnologia al servizio del lavoro più liquido possibile, indipendente dal luogo e anche a livello individuale; strumenti di governance quasi elementari, eppure efficaci come mostra la quotidianità. Come può bastare così poco, per restituire il livello di qualità e il ritmo di sviluppo che siamo abituati a vedere? Senza gerarchie, senza livelli di controllo, senza manager a dettare lo sviluppo?

La risposta è nella motivazione della comunità e nella filosofia pragmatica alla base dell’open source. Chiunque può contribuire a un progetto; ma questo corrisponde anche a una precisa assunzione di responsabilità. Chi produce contributi migliori guadagna autorevolezza, senza filtri e senza diplomazie; meritocrazia diretta. Al tempo stesso l’ultimo arrivato, se è bravo, non troverà ostacoli per vedere riconosciuto il suo merito. C’è orgoglio nel raggiungimento degli obiettivi, che sono di tutti; l’interesse personale coincide in larga parte con il successo del progetto.

Sono tutti elementi che meritano grande considerazione quando si parla di smart working e digital workplace aziendale. Organizzazione liquida, lavoro a (qualunque) distanza, governance semplice e chiara, condivisione degli obiettivi, meritocrazia, senso di comunità. L’open source ha molto da insegnare all’azienda del XXI secolo.

Lucio Bragagnolo

Lucio Bragagnolo lavora con le aziende alla trasformazione digitale e alla conseguente comunicazione multicanale. Preparazione ed esperienza tecnoumanistica gli consentono di risolvere la produzione e la pubblicazione dei contenuti ragionando intanto sui valori trasmessi e sull’infrastruttura hardware, software e umana necessaria a trasmetterli con efficacia. È coordinatore editoriale di Apogeonline.com e consulente della comunicazione per varie aziende di ogni settore e dimensione.