Tra Spid che non decolla, resistenze nella PA e pochi vantaggi concreti per cittadini e imprese, l’annunciata rivoluzione dell’Italia digitale resta acerba

Le premesse, tre anni fa, c’erano tutte. A partire da una presa di coscienza senza precedenti sulla necessità di ammodernare il Paese, per arrivare a veri investimenti infrastrutturali con cambio di passo e di metodo. Un vero risveglio della Pubblica Amministrazione, capace per la prima volta di analizzare con lucidità gli errori del passato e ripartire con nuova energia e inusuale professionalità, per creare finalmente un sistema Italia digitale. Oggi è evidente che alcuni di quegli errori, come la mancanza di semplificazione e integrazione, sono stati riproposti e rischiano di minare un progetto nato con le migliori intenzioni.

Il primo nodo è lo Spid, varato alla fine del 2014, fiore all’occhiello e cardine di tutta l’agenda digitale. A tutt’oggi è stato utilizzato da poco più di un milione e mezzo di utenti, in gran parte obbligati a farlo da qualche bonus da ottenere o qualche adempimento impossibile da completare con altri mezzi. Lo si può verificare in tempo reale sul sito dell’Agid che, bisogna ammetterlo, è onesto e ben fatto. Perché un risultato così modesto? Primo perché è impossibile convincere la gente a usare un servizio solo sulla base di ipotetici vantaggi futuri. Vantaggi di cui peraltro dovrebbe beneficiare prima il sistema nel suo complesso e poi, indirettamente, il fruitore dei servizi. Una simile lungimiranza agli italiani, diffidenti per natura e memoria storica, non la si può proprio chiedere.

Anche perché ottenere un’identità Spid resta farraginoso, malgrado gli sforzi fatti. L’esistenza di sette provider è già di per sé una complicazione e i quattro passaggi, anche se ammorbiditi dalle linee guida su chiarezza e leggibilità, possono scoraggiare. Ancora di più lo fanno le minacce di fare di Spid un servizio a pagamento allo scadere dei 24 mesi gratuiti.

Per rispettare davvero la sua agenda di adozione, che prevede una forte accelerazione a partire dal terzo anno, Spid dovrebbe essere l’unico sistema di identificazione possibile per molti servizi, sostituendo, e non affiancando, le alternative tradizionali. Purtroppo è evidente che su questo fronte molte amministrazioni locali non intendono collaborare.

Qualche difficoltà peraltro si registra anche nel rilascio della nuova carta d’identità elettronica, introdotta nel 2015 e capace di mettere in tasca a ogni cittadino un’identità digitale certificata, e abilitarlo a Spid attraverso un chip leggibile via Nfc. La sua erogazione non è ancora prevista da tutti i comuni, il costo più elevato per il cittadino della versione cartacea non è un buon messaggio e nei grandi centri può capitare di attenderla alcune settimane per il mancato allineamento dei dati tra anagrafe centrale e locale.

Proprio questa procedura di allineamento è essenziale per far percepire agli utenti vantaggi concreti. Parliamo dell’Anpr, ovvero dell’anagrafe nazionale della popolazione residente, di cui sta per assumere il coordinamento tecnico il team Piacentini. Al momento nel nuovo archivio unico hanno fatto confluire i dati, dopo averli verificati e ripuliti, 790 comuni, ovvero appena un decimo del totale. Tutte le speranze sono così riposte nel gruppo di esperti guidato dall’ex vicepresidente di Amazon, la cui visione pratica e propensione alla semplificazione si spera possa sbloccare la situazione. Il timore è invece che la crisi della politica, che attende la legittimazione dalla prossima tornata elettorale, rallenti un processo che già si dimostra più faticoso del previsto ma è quanto mai urgente e necessario al sistema paese per agganciare la ripresa.