È di questi giorni l’entrata in servizio del primo poliziotto robot. Accade a Dubai, dove il futuro è molto più importante del passato, e dove il concetto di città intelligente si tocca con mano da tempo. L’amministrazione della metropoli araba prevede, entro il 2030, di sostituire il 25% degli agenti in servizio con androidi che si muovono su ruote, forniscono supporto e informazioni in 6 lingue, possono sorvegliare luoghi sensibili e incassare direttamente il pagamento delle contravvenzioni.

Nel giro di una ventina d’anni, secondo tutte le previsioni, i dispositivi di questo tipo costituiranno la base indispensabile del supporto alla cittadinanza nelle grandi città, insieme alla miriade di oggetti connessi che già mettono a dura prova le infrastrutture di rete, dai droni alle etichette smart, dai veicoli ai contatori, dai semafori agli elettrodomestici.

Rivoluzioneranno i trasporti, la sanità, gli ambienti e le modalità lavorative, l’assistenza agli anziani e ai pazienti cronici, la gestione energetica, la sicurezza e, soprattutto, la burocrazia. Un mercato potenzialmente enorme che non può però partire dai privati, che stanno già, grosso modo, facendo la loro parte, anche se spesso sotto forma di progetti pilota.

Un mercato che ha un valore pratico immensamente superiore ai 230 milioni di euro stimati dal Politecnico di Milano per il giro di affari attuale dei progetti di smart city. Un valore che cresce soprattutto grazie alle norme che impongono la sostituzione dei contatori delle utility con dispositivi intelligenti, ma che non è frutto dell’attuazione di progetti organici e, soprattutto, uniformi sul territorio nazionale.

Secondo Diego Piacentini, prestato al difficile ruolo di commissario per la digitalizzazione dell’Italia, il nostro paese è indietro, rispetto ad altri, di dieci o quindici anni, e deve affrontare forti resistenze al cambiamento da parte di quelle strutture che l’innovazione punta a smantellare.

Per contro, può cogliere l’opportunità di avvalersi fin dall’inizio di tecnologie più consolidate rispetto a quelle dei paesi che sono partiti in prima fila.

Ci sarebbe quindi ancora un treno da prendere, forse l’ultimo, che richiederebbe però di creare modelli riproducibili e standard condivisi tra amministrazioni locali spesso litigiose e con orizzonti poco lungimiranti.

Un passo importante è stato compiuto mettendo in cantiere la banda ultra larga che, coerentemente con le direttive europee, collegherà entro il 2020 l’85% dei cittadini italiani con 100 Mbit e il restante 15% con almeno 30 Mbit.

Quindi non resterà che convincere quel 25% della popolazione che ancora si ostina a non usare la rete, per poter poi praticare l’indispensabile switch-off dei servizi tradizionali. Solo così i costi sostenuti diventeranno importanti risparmi.

Nel frattempo si procede lentamente, con le amministrazioni che si vantano  dei progetti di monitoraggio del trasporto pubblico o dei primi 650.000 pali della luce connessi. Soluzioni che si potevano considerare innovative dieci o quindici anni fa.